Critica

Claudio Strinati

 

Un gruppo di opere recenti di Gianni Testa dà l’ esatta misura della fervida creatività e dell’ intelligenza formale e sostanziale di un pittore che ha concepito la sua attività come un ininterrotto cammino, tale da  spingerlo sempre verso nuove tappe sulla strada di una inesausta scoperta. E proprio di scoperta si deve parlare perché, nel caso di Testa, sarebbe quanto mai inapplicabile il concetto della ricerca, concetto tanto abusato per interpretare molteplici fenomeni artistici della nostra contemporaneità. Testa non fa nessuna ricerca ma si avventura in territori che gli si aprono davanti nei momenti culminanti della sua produzione.

 

Il pittore che per tanto tempo e con tanta passione ha dipinto i cavalli che scattanti e agili si muovono intorno all’ osservatore, sembra adesso soffermarsi sull’ esito di quel passaggio vitale. Gli resta nelle mani il movimento in sè e per sè che non è più il movimento dei cavalli o della Natura, ma appunto il movimento in se stesso.

Il movimento astratto.

E allora lo spazio pittorico è adesso attraversato, letteralmente attraversato, da lame, passaggi, ganci di materia che come frecce scagliate da una mano supremamente ferma e potente fendono la tela e questa tela viene sapientemente governata da singolari figurazioni astratte ma molto solide nella loro qualità pittorica. Un senso di fremente armonia della superficie, quasi cucita da quegli aghi talvolta sottili talvolta spessi, anima le opere che appaiono come brulicanti, quasi ci fossero sui quadri dei serpentelli di materia pittorica  che si sparpagliano qui e là.

In altri momenti quei segni assumono la forma di una geometria che richiama quella delle origini stesse della pittura astratta, ma una geometria libera, senza regola. Tanto che quei grovigli diventano, in alcune opere particolarmente intense, matasse di luce che appaiono baluginanti nello spazio. Questo andirivieni di addensamento e alleggerimento è forse il segnale più esplicito dell’ aspirazione di fondo che sembra di vedere promanare dalle opere: il segno del passaggio di un flusso energetico, pura essenza di movimento. Un’ azione appena trascorsa e fissata sulla superficie pittorica.

Un’ esperienza che, “mutatis mutandis”, ricorda un po’ quella di Mario Mafai nel suo periodo più arduo, ancorchè nessun rapporto stilistico diretto vi sia tra i due eminenti autori.

 Viene in mente, piuttosto, il lampo delle Tempesta di Giorgione, ma qui, in Testa, non c’è cielo e non c’è terra , c’è solo spazio astratto che assume la forma della nostra stessa percezione.

 Un momento di grande maturità dell’artista e un insieme di opere davvero molto belle.

Pittore e Artista Contemporaneo

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